Prosegue il trend rialzista dei mercati azionari che da inizio anno ha coinvolto quelli europei, che hanno guadagnato oltre il 10% in poche settimane. Positivi anche i mercati obbligazionari e le commodities con l'eccezione del petrolio, sui minimi degli ultimi due mesi.
La prossima settimana non sono attesi dati macro significativi, ma mercoledì avremo le minute dell'ultima riunione del FOMC della Federal Reserve e lunedì sera un probabile taglio di un quarto di punto dei tassi da parte della banca centrale australiana al 4,10%.
I MERCATI AZIONARI
La seconda settimana di febbraio si è chiusa positivamente per i mercati azionari, ma mentre gli indici americani si muovono lateralmente da tre mesi sono quelli europei a guidare il rialzo dopo anni di performance relativa modesta: il Dax ha guadagnato il 12% circa da inizio anno (grafico a destra).
Lo scenario macro europeo rimane quello della stagnazione, l'inflazione non scende abbastanza velocemente (la scorsa settimana il dato finale per la Spagna ha mostrato un aumento tendenziale del 2,9% dal 2,8% del mese precedente) e sono in arrivo dazi sull'export verso gli Stati Uniti: l'unica notizia positiva per i mercati europei degli ultimi giorni è stata la prospettiva della fine della guerra in Ucraina, di cui non siamo in grado di valutare la probabilità: i negoziati dovrebbero iniziare martedì a Riad.
Anche il mercato italiano ha seguito il rialzo degli indici europei grazie ai movimenti del settore bancario e assicurativo, mentre le utilities come Eni ed Enel sono rimaste abbastanza ferme.
Per quanto riguarda Wall Street l'indice SP500 ha chiuso sui massimi della settimana avvicinandosi a quello storico di fine gennaio, e questo nonostante un mix di dati macro solitamente negativo per il mercato azionario: inflazione in aumento e vendite al dettaglio in significativa diminuzione: Apple ha guadagnato il 5% nel corso della settimana e NVIDIA qualcosa di più, in attesa della sua trimestrale prevista per il 26 febbraio, l'ultima dei sette principali titoli tecnologici USA.
Il fatto che nelle ultime tre settimane il mercato azionario abbia recuperato velocemente le perdite di ogni lunedì e che continui a salire su dati macro sfavorevoli conferma il tono estremamente positivo e rende molto probabile la rottura al rialzo nel corso delle prossime settimane verso nuovi massimi sia per il Nasdaq che per l'SP500: sin quanto quest'ultimo indice non scenderà sotto il minimo di gennaio a 5771 il trend rimane orientato al rialzo (grafico a destra).
METALLI PREZIOSI E COMMODITIES
L'oro ha fatto segnare un nuovo massimo storico a 2960 a inizio settimana per poi correggere venerdì tornando ai livelli della settimana precedente e mentre è probabile che non sia ancora finito il trend rialzista principale è lecito attendersi una fase di correzione (grafico a destra).
L'argento ha guadagnato il 4% venerdì per chiudere invariato e sua volta sembra avere bisogno di una pausa dopo il rialzo: il rapporto oro/argento appare a livelli estremi ed è lecito attendersi nelle prossime settimane una performance superiore dell'argento.
Rimane invece debole il petrolio WTI che ha chiuso la settimana sui minimi degli ultimi due mesi a 70,70 dollari al barile; il mercato ha però raggiunto importanti supporti e un rimbalzo non sarebbe sorprendente.
I MERCATI OBBLIGAZIONARI
La scorsa settimana ha visto i mercati obbligazionari chiudere invariati con quello dei Treasurys che ha perso terreno dopo il dato di mercoledì sui prezzi al consumo di gennaio, per poi recuperare le perdite il giorno dopo nonostante i prezzi alla produzione più alti del previsto, ed estendere il rialzo venerdì dopo il crollo delle vendite al dettaglio.
L'inflazione è salita al 3,0% dal 2,9% di dicembre e i prezzi alla produzione sono rimasti fermi al 3,5% confermando come le pressioni inflazionistiche negli Stati Uniti siano molto restie a rientrare verso il 2% obiettivo della banca centrale: gli analisti ora si attendono al massimo un taglio dei tassi di un quarto di punto dopo l'estate.
Con il rendimento dei decennali al 4,48% (grafico a destra), meno un quarto di punto sopra ai tassi a tre mesi, e con prospettive modeste di discese dei tassi nei prossimi mesi, i rendimenti a lungo termine non offrono attualmente grandi prospettive e appaiono più interessanti le scadenze sui 3/5 anni.
Un fattore che potrebbe cambiare lo scenario deriva dalla spesa dei consumatori americani: il -0,9% nominale di gennaio è stato influenzato da fattori particolari come gli incendi in California e il clima particolarmente rigido, ma i consumatori avevano aumentato a livelli record il debito contratto con le carte di credito in dicembre, e la loro posizione è sempre più critica: la Federal Reserve ha scorsa settimana ha presentato i dati del quarto trimestre sul debito dei consumatori, un saldo che è cresciuto a 5,145 trilioni di dollari, di cui due terzi sono legati a mutui e prestiti per l'acquisto di auto, ma un terzo dei quali è legato alle carte di credito, ed è aumentato del 50% in quattro anni.
Vedremo quindi nei prossimi mesi se i consumatori americani continueranno a sostenere la spesa o meno. Vedremo anche quale sarà l'impatto della riduzione dei dipendenti pubblici in atto su spesa e occupazione, per non parlare dell'impatto dei nuovi dazi americani, sinora solo annunciati.
I mercati obbligazionari europei difficilmente si staccheranno dall'andamento dei Treasurys anche se sono probabili ulteriori riduzioni dei tassi da parte della BCE. La crescita dell'Eurozona è a zero soprattutto a causa delle politiche fiscali meno accomodanti, ma i rendimenti a lungo termine sono già scesi scontando questo scenario e quello del Bund decennale ha chiuso la settimana al 2,42% con l'inflazione tedesca di gennaio al 2,3%, quindi è quasi a zero in termini reali.
ASSET ALLOCATION |
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AZIONI |
15% |
OBBLIGAZIONI |
20% |
COMMODITIES |
20% |
METALLI |
10% |
CASH |
35% |