MERCATI OBBLIGAZIONARI
La riunione della Federal Reserve non ha portato variazioni dei tassi, mentre è proseguito il rialzo dei rendimenti obbligazionari, legato ai timori di una ripresa delle pressioni inflazionistiche: il rendimento del Treasury decennale ha chiuso la settimana al 4,39% (grafico in basso), massimo dallo scorso luglio; quello del Bund al 3,03% e quello del BTP decennale al 3,97%.

Il FOMC ha mantenuto i tassi al 3,50-3,75%, senza modifiche alla frase di forward guidance relativa alla considerazione “dell’entità e della tempistica di ulteriori aggiustamenti”, né al suo impegno per la massima occupazione e un’inflazione al 2%. Nella votazione, solo Miran ha espresso dissenso a favore di tassi più bassi. Il comunicato di marzo ha lasciato la valutazione economica sostanzialmente invariata, salvo la sostituzione di “il tasso di disoccupazione ha mostrato alcuni segnali di stabilizzazione” con “il tasso di disoccupazione è cambiato poco negli ultimi mesi”. Restano invariati i giudizi secondo cui “l’attività economica è cresciuta a un ritmo solido”, “la crescita dell’occupazione è rimasta bassa” e “l’inflazione rimane alquanto elevata”. Nella valutazione dei rischi, è stato mantenuto il riferimento di gennaio secondo cui “l’incertezza sulle prospettive economiche resta elevata”, mentre a marzo è stato aggiunto che “le implicazioni degli sviluppi in Medio Oriente per l’economia statunitense sono incerte”.
La Fed ha aumentato le previsioni di crescita nel breve e medio termine, alzato le stime sull’inflazione e solo leggermente attenuato la valutazione del mercato del lavoro. Il PIL è stato rivisto al rialzo al 2,4% (dal precedente 2,3%) per il 2026, al 2,3% (dal 2,0%) per il 2027 e al 2,1% (dal 1,9%) per il 2028. La crescita di lungo periodo è stata rivista al rialzo al 2,0% dall’1,8%. Il PCE e il PCE core sono stati entrambi rivisti al rialzo, con il cambiamento più significativo nel 2026, quando entrambi sono stati portati al 2,7% (rispettivamente dal 2,4% e dal 2,5%). La previsione di disoccupazione è rimasta invariata per il 2026 al 4,4%, ma è stata leggermente aumentata al 4,3% nel 2027 (dal 4,2%). Il percorso mediano dei tassi è rimasto invariato fino al 2028, anche se il tasso di equilibrio di lungo periodo dei fed funds è salito al 3,1% dal 3,0%.
La conferenza stampa del presidente della Fed, Powell, ha avuto un tono restrittivo, nonostante i “dot” mediani del SEP siano rimasti invariati. La sua principale preoccupazione è chiaramente la persistenza dell’inflazione piuttosto che la debolezza della crescita. Ha ripetutamente sottolineato la necessità di ulteriori progressi nella disinflazione dei beni, ha evidenziato la difficoltà nel ridurre l’inflazione nei servizi non abitativi e ha chiarito che, se i progressi sull’inflazione non riprenderanno, non seguiranno tagli dei tassi.
L’indice dei prezzi alla produzione (PPI) complessivo è salito dello 0,7% su base mensile, sopra la previsione dello 0,3% e in linea con la stima più alta degli analisti, accelerando rispetto al precedente 0,5%. Su base annua è salito al 3,4% dal 2,9% precedente e dal consenso, eguagliando la previsione più elevata. Il dato core mensile è aumentato dello 0,5%, rallentando rispetto al precedente 0,8%, mentre su base annua è salito al 3,9%, in accelerazione rispetto al 3,6% precedente e sopra la previsione del 3,7%.
Dal fronte macro, martedì 24 sono attesi i risultati delle survey S&P sulla congiuntura USA di marzo e, giovedì, le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione.
MERCATI AZIONARI
Il rialzo dei rendimenti obbligazionari ha trascinato al ribasso i metalli preziosi e i mercati azionari, con le utilities particolarmente penalizzate: l’S&P Utilities ha perso il 5% nel corso della settimana, mentre l’indice dei titoli finanziari ha guadagnato lo 0,40% grazie alla proposta di una riduzione del capitale richiesto al settore bancario. Il Nasdaq ha tenuto meglio, perdendo solo il 2%, mentre sono scesi maggiormente gli indici europei, con Milano a -3,33% e il DAX a -4,55%.
Migliore la performance dei mercati asiatici, con Seul che ha guadagnato oltre il 5%.
La chiusura del Brent a 112 dollari al barile ha accentuato i timori di una riaccensione delle pressioni inflazionistiche e i futures prezzano al 27% la probabilità di un rialzo dei tassi americani entro ottobre: considerando le valutazioni elevate a Wall Street, appare naturale una maggiore avversione al rischio da parte degli investitori.
La posizione tecnica dell’indice S&P 500 è peggiorata sensibilmente, con la chiusura di venerdì sotto il primo importante supporto situato a quota 6520 (grafico in basso), ed è essenziale che tale livello venga recuperato in apertura di settimana per impedire un’estensione del movimento ribassista degli ultimi giorni. Le perdite dell’indice da inizio anno sono sinora modeste, intorno al 3,5%, nonostante il rialzo del greggio e i problemi del settore del private debt: una correzione più ampia non dovrebbe sorprendere.
