Edmond de Rothschild AM: Medio Oriente, 3 incognite e come modificare l’asset allocation

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Commento a cura di Michaël Nizard, Head of Multi-Asset & Overlay, e Nabil Milali, Multi-Asset & Overlay Portfolio Manager di Edmond de Rothschild AM

 

Lo scenario più temuto è quello del caos (20%), simile alla situazione in Libia dopo la caduta di Gheddafi. Anche se l'attuale regime dovesse cadere, le alternative non sono evidenti e il vuoto istituzionale potrebbe portare a una guerra civile tra le diverse fazioni della società iraniana. In questo caso, l'instabilità potrebbe durare per molti anni, con conseguenze significative data l'importanza strategica dell'Iran nella regione. Se dovessero formarsi delle milizie, queste avrebbero una notevole capacità di causare disordini interrompendo in modo permanente il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz o prendendo regolarmente di mira gli impianti petroliferi della regione, pur essendo molto difficili da eliminare, come mostrato dal caso dei ribelli Houthi. In questo scenario, il premio di rischio geopolitico rimarrebbe molto elevato e persistente nei prezzi del petrolio greggio, con un rischio significativo di una nuova spirale inflazionistica, giustificando una cautela leggermente più prolungata sugli asset rischiosi e sui titoli di Stato a lungo termine. Gli effetti di secondo impatto sul debito privato statunitense legati all'aumento dei costi di capitale sarebbero quindi motivo di preoccupazione e potrebbero sorgere interrogativi anche riguardo all'emissione di debito da parte degli operatori di IA, che dovrebbe aumentare in modo significativo nei prossimi due anni per finanziare i loro investimenti.

Il secondo scenario è quello di una guerra di logoramento (50%) che durerà diversi mesi prima di una distensione avviata da Donald Trump. Il regime iraniano potrebbe rivelarsi più resistente di quanto previsto dagli Stati Uniti e da Israele. La storia dimostra che è estremamente difficile rovesciare un regime senza un intervento terrestre, che Trump esclude categoricamente a causa dell'alto rischio di vittime umane. Inoltre, secondo quanto riportato dalla stampa, il comando iraniano non è più centralizzato e le diverse unità agiscono in modo più o meno indipendente, il che complica ulteriormente la distruzione del regime. Se il conflitto dovesse arenarsi, anche se la struttura del regime rimanesse intatta, Trump sarebbe tentato di porre fine alle ostilità dichiarando comunque vittoria, sottolineando l'eliminazione della Guida Suprema e la distruzione delle capacità militari dell'Iran. Infatti, il presidente degli Stati Uniti non vorrà rischiare un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio nella corsa alle elezioni di medio termine e favorirà un ritorno allo status quo con il proseguimento dello stallo con l'Iran, ma a un'intensità minore. In questo scenario, i prezzi del petrolio greggio tornerebbero a scendere senza però tornare ai livelli pre-crisi, il che sarebbe comunque sufficiente per alimentare un rinnovato appetito per il rischio nei mercati finanziari.

Infine, lo scenario auspicato dagli Stati Uniti e da Israele sarebbe un cambio di regime (30%), sia che si tratti di una transizione democratica o di un altro regime autoritario più conciliante nei confronti di Washington. In questa fase è impossibile immaginare quale forma potrebbe assumere, ma se Washington raggiungesse i propri obiettivi, ciò segnerebbe una svolta importante nella storia della regione, ponendo fine a un ciclo di oltre 40 anni iniziato con la rivoluzione islamica del 1979. Gli Stati Uniti avrebbero ottenuto una vittoria importante, riuscendo a isolare l'Iran dal resto dei paesi del Golfo Persico e consolidando ulteriormente gli Accordi di Abramo, con il progetto di un arco panarabo favorevole agli investimenti diretti. Al di là del previsto forte calo dei prezzi del Brent e del rinnovato appetito per il rischio sui mercati finanziari, ciò rappresenterebbe un importante impulso all'attrattiva della regione per gli investimenti esteri. In questo scenario, potremmo continuare a considerare che ci troviamo in un boom inflazionistico guidato da politiche monetarie e fiscali che rimangono accomodanti come sempre, in tutte le principali regioni (Stati Uniti, Europa, Cina, Giappone, Regno Unito). Questo scenario favorirebbe la ricerca di opportunità nel settore azionario e del credito, con una continua preferenza per la rotazione internazionale a favore del Giappone e dei mercati emergenti.

Per quanto riguarda l'asset allocation, data la mancanza di visibilità sull'esito della crisi, è opportuno ponderare ciascuno di questi scenari, il che ci porta a mantenere per il momento le coperture opzionali e i CDS creditizi che abbiamo aggiunto ai nostri portafogli prima dell'escalation di questo fine settimana. Avevamo già preso profitto sulla nostra posizione sottopesata sul dollaro, che ora sta riacquistando le sue caratteristiche di bene rifugio. Avevamo anche ridotto la nostra esposizione ai mercati azionari, privilegiando il settore petrolifero, poiché prevediamo un ulteriore aumento del Brent senza superare la soglia simbolica dei 100 dollari al barile. I prezzi dell'energia dovrebbero quindi rimanere a livelli sostenibili per l'economia globale, limitando il rischio di un rallentamento della crescita. Data la moltitudine di fattori di rischio, rimaniamo sovrappesati sui temi legati alla resilienza (difesa, sicurezza energetica, autonomia strategica). D'altra parte, l'aumento dei prezzi dell'energia dovrebbe tradursi in un ulteriore contributo positivo all'inflazione, che rappresenterà una nuova sfida per le banche centrali. In particolare, la Federal Reserve statunitense sta entrando nel 2026 in una posizione scomoda.

Sebbene mantenga un atteggiamento leggermente accomodante nella sua retorica, con la prospettiva di un abbassamento dei tassi nel corso dell'anno, la realtà dei dati rende qualsiasi decisione sempre più delicata. L'inflazione rimane più ostinata del previsto, il mercato del lavoro rimane sorprendentemente robusto nonostante i segnali di rallentamento e gli shock tecnologici e geopolitici complicano ulteriormente le prospettive economiche. Allo stesso tempo, la Fed sta monitorando le tensioni nel credito privato e i rischi legati al Medio Oriente, ma al momento non vede alcun motivo per un cambiamento radicale di rotta. L'aumento degli spread creditizi rimane contenuto in questa fase, lontano dai livelli di crisi, ma è in trend rialzista da diverse settimane. In questa fase, riteniamo che Kevin Warsh dovrebbe favorire un abbassamento dei tassi di interesse di riferimento nonostante i prezzi elevati del petrolio, poiché uno shock petrolifero prolungato potrebbe frenare i consumi delle famiglie e pesare sulla crescita, il che, dal punto di vista della Fed, giustificherebbe un maggiore sostegno monetario per compensare questo freno all'attività.

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